Già gli antichi, dinanzi alla vista del Golfo di Napoli - con il Vesuvio da un lato ed il mare dall’altro - erano consapevoli di trovarsi dinanzi ad uno degli scenari più suggestivi del Mediterraneo; lo dimostrano sia le fonti letterarie che le numerosissime ville romane costruite da Miseno fino al Capo di Sorrento.
Eppure come apparirebbe oggi la pianura campana senza il Vesuvio, questo grande vulcano minaccioso, ma anche produttore di terre fertili ? Potremmo immaginarla veramente come un’immensa fossa carbonatica colma di sedimenti alluvionali, ovvero priva delle colorite varietà di piccole culture di prodotti pregiati e priva di quel caratteristico addensamento di ville e cascinali ? ... La fisionomia del Golfo di Napoli sarebbe irriconoscibile se venisse a mancare il Vesuvio.
E’ questo il motivo per cui l’uomo continua a vivere all’ombra di un vulcano da almeno centomila anni, sempre nel terrore di nuovi terremoti ed eruzioni: è proprio il vulcano all’origine del benessere e della bellezza di questo paesaggio, articolato e dalle coste frastagliate.
La fertilità prodotta dalla terra vulcanica, la vicinanza del mare, il clima mite e soprattutto i numerosi corsi d’acqua - alcuni persino termali o abbastanza larghi da essere usati per i trasporti - sono la causa di quell’affollamento di insediamenti che hanno caratterizzato il Golfo dall’ antichità ad oggi. Tutto ciò i Romani lo esprimevano con una denominazione molto semplice: “Campania Felix”. Del resto già in età augustea il geografo Strabone così ci descrive la costa dal mare: “Tutto il golfo è trapunto da città, edifici, piantagioni, così uniti fra loro, da assumere l’aspetto di un’unica metropoli ... Sovrasta questi luoghi il monte Vesuvio, ricoperto di bellissimi campi, tranne che in cima ...” . La stesso affollamento che notava Strabone si nota ancor oggi, segno che questa terra fertile ha sempre attratto tanta gente.
Virgilio celebra l’agro vesuviano-campano per la sua fertilità. Columella loda il cavolo e la cipolla di Pompei, Catone elogia i fichi di Ercolano. Famosa era la produzione vinicola, fatto che trova riscontro nel rinvenimento di anfore pompeiane in Inghilterra, in Gallia, in Spagna, in Africa e persino in India.
Né si devono dimenticare i molteplici materiali da costruzione, anche essi forniti dalla attività vulcanica: tufi, lave, pozzolane etc. L’importanza dell’agro pompeiano nell’economia romana fu enorme. La riprova si ha nel fatto che, quando con l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. gran parte della Campania Felix divenne improvvisamente un paesaggio sterile e lunare, i Romani si videro costretti ad importare dall’estero gran parte del vino e dell’olio che aveva prodotto prima la regione vesuviana. Infatti con il seppellimento dell’area sotto una coltre di 3 Km cubici di materiali eruttati venne a mancare anche una vasta area produttiva.
Ma quando riprese veramente la vita in questa area ?
Da una poesia di Stazio (Silvae IV 4, 78-85), che ancora dopo un decennio dalla catastrofe cerca di convincere la moglie a tornare a Napoli, apprendiamo: “Ma cosa credi che il Vesuvio abbia totalmente spopolata la Campania ? Non esageriamo: ci sono ancora tanti abitanti a Pozzuoli, a Capua, a Napoli, a Baia, a Miseno, a Capri, a Ischia, a Sorrento ... e anche a Stabia, che è risorta dalle sue rovine...” .
Sappiamo che già quarantadue anni dopo, nel 121 d.C., l’imperatore Adriano fece ripristinare le strade, in un paesaggio che doveva apparire ormai un deserto. L’archeologia ci attesta infatti che fu ripristinata la via Nocera-Stabia, proprio scavando le pomici ed il lapillo che si erano accumulati sulla carreggiata; evidentemente si voleva evitare che rimanessero tagliate fuori dai traffici città importanti, danneggiate ma non distrutte, come appunto Nuceria, Stabiae e Surrentum.
I vulcanologi sostengono che occorsero almeno duecento anni di lento raffreddamento, sgretolamento e riformazione dell’ “humus”, prima che la colata vulcanica potesse diventare fertile ed il territorio abitabile. Il Vesuvio nel frattempo continuava ad essere impietoso ... Procopio ci riferisce che nel VI secolo affacciandosi al cratere vi si poteva scorgere il fuoco ...
In concomitanza con la progressiva restituzione della rete viaria, si incrementano le testimonianze di un ripopolamento dell’ area vesuviana tra Napoli e Stabia fra il II ed il IV secolo. Si deve essere trattato di un ripopolamento lento, per paesi e villaggi (“vici” e “pagi”), che si andarono espandendo gradatamente negli anni. Essi si disponevano lungo gli assi viari oppure in prossimità del mare e dei corsi d’acqua. I pochi resti, spesso costruiti con materiali di reimpiego, fanno supporre un livello di vita molto più modesto rispetto alla “luxuria” espressa dalle città e dalle ville anteriori al 79: si tratta oramai di edifici di “fructus” più che di “otium”.
Il fatto più soprendente è l’osservare come nel corso di due millenni di storia questo territorio abbia gradatamente ripreso l’ assetto socio-economico che aveva prima della catastrofe del 79 d.C.
Infatti l’antica via consolare, che prima dell’eruzione collegava Neapolis ad Ercolano, Pompei e Nuceria, corrisponde grossomodo all’attuale “Via Regia delle Calabrie”. Come lungo di essa si disponevano in età romana le ville residenziali, così nel Settecento vi si disposero stupende ville che fecero meritare al tratto Portici-Torre del Greco la denominazione di “Miglio d’Oro”.
Praticamente vi si ritrova la stessa divisione funzionale del territorio, con una fascia centrale residenziale e commerciale, una fascia agricola sulle pendici del Vesuvio ed una fascia costiera con ville marittime che allora, come oggi, potevano essere raggiunte da Napoli anche per nave.
Sopravvivono pertanto ancora oggi l’antica vocazione agricola di Pompei, quella marittima di Ercolano, quella termale e portuale di Stabia e la vocazione turistico-internazionale di Sorrento.