- Silio Italico 10, 408ss.: nella II Guerra Punica al fianco di Roma.
- Appiano Civ. 1, 40, 2: nell’ 89 a.C. distrutta da Silla.
- Columella (I secolo d.C.) 10, 133: “fontibus et Stabiae celebres” (“per quanto riguarda le sorgenti anche Stabia è famosa”).
- Cicerone, Lettere ai Familiari VII 1, 7: scrivendo all’amico M. Mario, che possedeva una villa a Stabia, si rammarica che egli sia costretto a sopportare le noie della città mentre l’amico si gode lo stupendo spettacolo del golfo stabiano “Neque tamen dubito, quin tu ex illo cubicolo tuo, ex quo tibi Stabianum perforando patefacisti sinum, per eos dies matutina tempora spectiunculis consumpseris” (“purtuttavia non dubito che tu da quel tuo cubicolo dal quale ti sei fatto aprire una finestra panoramica sul porto di Stabia, abbia trascorso la mattinata in quei giorni, gustando quello spettacolo incantevole”).
- Plinio il Vecchio, Naturalis Historia 3, 9, 70: luogo di villeggiatura “abiit in villas”. “Stabiae oppidum fuere usque ad Cneum Pompeium L. Catonem consules pridie kal. Mai., quo die L. Sulla legatus bello sociali id delevit, quod nunc in villas abiit”.
- Plinio il Vecchio, Naturalis Historia 31, 2, 9: “Item in Stabiano quae Dimidia vocatur calculis medetur” (“con l’acqua che nel territorio stabiano chiamano Dimidia si curino i calcoli”)
- Plinio il Vecchio, lettera a Tacito sulla morte dello zio sul litorale di Stabia ???
- Alla resurrezione di Stabia dopo l’eruzione del 79 d.C. appartiene un cippo miliare posto nel 121 d.C., sotto l’imperatore Adriano, all’undicesimo miglio della via Nuceria-Stabiae : “XI - IMP. CAESAR - DIVI TRAIANI - PARTHICI F. - DIVI NERVAE - TRAIANUS-HADRIANUS - AUGUSTUS - TRIB. POT. V COS. III - FECIT”.
- Galeno di Pergamo (II secolo d.C.: 129 - 200 d.C.), medico personale degli imperatori Commodo e Marco Aurelio. Fra le molte malattie da lui descritte vi è la famosa “peste antonina”, scoppiata a seguito della campagna partica ed alle rivolte germaniche; localizzata all’inizio in Oriente, l’epidemia fu diffusa in Occidente dai soldati romani accorsi a sedare le rivolte dei barbari nelle regioni del Reno. De Metodo Medendi 5, 127: invia a Stabia un giovane medico con il proposito di guarirlo dalla tubercolosi con le acque ed con il latte: “... quarto die post navi pervenit ad Stabias ususque est lacte quod et mirificam plane vim habet nec sine causa predicatur ... Atque ille quidem adulescens, quum ulcus in arteria ex pestilenti morbo haberet, sanatus est ac post eum similiter alii”.
Symmachus, Ep. 6, 17
Galeno di Pergamo, de remediis V 12, 39-80 (vedi testo originale in greco nel dossier !)
“Allora l’ammalato di sua volontà rimase a Roma, dove aveva preso il contagio, per altri tre giorni oltre il nono; dopodiché si imbarcò su di una nave per raggiungere il mare sul fiume (il Tevere). Al quarto giorno di navigazione arrivò a Stabia dove bevve del latte che possedeva una forza sorprendente (è pertanto non senza motivo che viene esaltato). Mi pare opportuno aggiungere qualcosa riguardo l’uso del latte, non solo quello di Stabia ma di qualunque altra località. Infatti tutti gli uomini, e non solo quelli d’Italia, necessitano di suggerimenti terapeutici. Molti fattori contribuiscono alla particolare qualità del latte di Stabia. La località è posta abbastanza in alto, l’aria che la circonda è secca ed i pascoli sono salubri. Altrove è possibile che il pascolo venga preparato su di un colle abbastanza alto, lasciando crescere sia erbaggi che arbusti, i quali rendono il latte buono ed insieme astringente (su questo argomento porterò degli esempi più avanti). In verità predisporre un tale processo è impossibile, a causa dell’aria, ma si può optare per qualcosa di molto simile grazie a quello che si trova sul luogo. Dal momento che là è presente una sufficiente altitudine del monte, essendo la ,,.strada da questo al mare lunga trenta stadi (forse di più, ma non molto). La località è rivolta verso il mare, in quanto Stabia è proprio al centro del golfo che si estende da Sorrento a Napoli, più vicina però alla costiera sorrentina. Tutto questo versante è costituito da un rilievo considerevole grandezza, che in longitudine declina verso il mar Tirreno. Tale altura curva lievemente ad occidente, dunque non è del tutto orientata a mezzogiorno. Essa protegge il golfo che di per se è aperto ai venti orientali, all’euro, al vento di levante ed alla borea. A questo monte si congiunge nella parte più interna dell’insenatura un altro rilievo non piccolo, che nei loro scritti gli antichi Romani ed i più colti dei nostri contemporanei chiamano Vesuvio. Oggi il nome famoso e nuovo del monte è Vesvio, noto a tutti per il fuoco scaturito nel suo interno dalla terra: anche questo elemento mi sembra concorrere alla secchezza dell’aria circostante. Indipendentemente dall’eruzione, non si trova vicino né uno stagno né una palude né un fiume importante in alcuna parte del golfo. Il Vesuvio è di ostacolo a tutti i venti settentrionali fino all’occidente estivo e da esso molta cenere raggiunge il mare, anche qualche resto di quanto in esso bruciò e di materiale che ancora adesso brucia. Tutti questi fenomeni disseccano l’aria”.
Traduzione di Daniela BORRELLI (1996)