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Una Pagina di Libertà

[ Medaglia d'oro ]    [ La Resistenza a Castellammare nel settembre '43 ]

 

Castellammare di Stabia, settembre 1943 Sono almeno 31 i morti e 16 i feriti della rappresaglia compiuta dai nazisti a Castellammare nel settembre 1943: 31 persone uccise tra l'11 e il 28 settembre, giorno in cui finalmente l'esercito tedesco abbandona la città in ritirata verso nord: 19 erano inermi civili stabiesi, 7 provenivano da altri comuni, 5 furono i militari che tentarono di difendere obiettivi strategici durante la ritirata tedesca.
Ad appena due giorni dalla proclamazione dell'armistizio, Castellammare si trova ad essere tra le prime città italiane a conoscere la ferocia della rappresaglia nazista, sulla base delle disposizioni che il 10 settembre i vertici nazionalsocialisti diedero a tutte le truppe presenti in Italia. Le mire dei tedeschi furono puntate subito su uno dei simboli della città, su quel cuore produttivo e civile che da sempre è stato il cantiere navale. Un insediamento industriale le cui maestranze, nonostante il regime fascista, nonostante le persecuzioni verso gli antifascisti, mantennero in gran parte sempre un atteggiamento - per quanto possibile - di non appiattimento sulle scelte operate dal regime: ancora fresca era la memoria della tempestosa visita del Duce ai cantieri del 16 settembre 1924, accolto freddamente dagli operai ad appena un mese dal delitto Matteotti, e ancora scottavano gli arresti e le perquisizioni di operai e antifascisti nel 1936, a seguito del rinvenimento di volantini che inneggiavano ai fatti di Piazza Spartaco di 15 anni prima.
A difendere il cantiere navale si trovarono marinai e ufficiali della Marina Militare, i quali da subito scelsero di difendere gli interessi nazionali e si opposero all'ex alleato tedesco. Gli uomini della "Goering" sono pronti a mettere in pratica la rappresaglia antitaliana, ad appena 72 ore dalle dichiarazioni di Badoglio: obiettivo è distruggere il cantiere navale e affondare tutte le unità navali lì ospitate. A presidiare il "Giulio Germanico" e lo stabilimento ci sono il capitano di corvetta Domenico Baffigo, il colonnello Olivieri, il capitano Ripamonti della Corderia Militare, il tenente Molino. Saranno uccisi dai nazisti nel loro eroico tentativo di difendere il cantiere e salvarlo così dalla furia vendicatrice.
Allo stesso modo morirà un altro militare, impegnato nella difesa dei Cantieri metallurgici altro storico baluardo industriale stabiese: il carabiniere Alberto Di Maio fu ucciso dai nazisti l'11 settembre. Vicenda, quest'ultima, quasi completamente rimossa e che testimonia invece come nei giorni della fuga del re e dello sgretolamento dell'esercito, ci furono uomini semplici in mille angoli d'Italia certamente più decisi, convinti e coerenti sulla scelta da compiere di fronte all'evolversi della situazione bellica e politica interna e internazionale.
La ferocia nazifascista si accanì tuttavia anche contro i civili. E quelli di Castellammare, per tempi, numero e modalità sono senz'altro tra i primi italiani a cadere vittime delle stragi nazifasciste. Stragi sulle quali ancora oggi, a 60 anni da quei fatti, non si è fatto ancora piena luce. Casualmente, nel 1994, in un sotterraneo sprangato da una cancellata di Palazzo Cesi in via Acquasparta a Roma, sede della Procura generale militare, fu rinvenuto un armadio chiuso con un lucchetto, con le ante rivolte verso la parete: al suo interno erano ordinati 695 fascicoli, relativi a ben 2274 reati commessi da soldati di Hitler e Mussolini dall'8 settembre fino alla Liberazione. Castellammare è una delle prime città italiane a ribellarsi all'occupazione, ed è forse la prima dove le truppe germaniche applicano sistematicamente la strategia della "terra bruciata". Vengono assaliti, brillati o dati alle fiamme, con la distruzione di tutti i principali macchinari: il cantiere navale, l'Avis, i cantieri metallurgici, il gasdotto, il cementificio, l'impianto elettrico della stazione ferroviaria, la Cirio, il pastificio Voiello, l'oleificio Gaslini, i Magazzini generali al porto, in questi ultimi casi avendo prima avuto cura di saccheggiare le scorte alimentari. Castellammare era stata anche la città che già nel giugno del '43 aveva visto manifestazioni di piazza di sfida al regime fascista, manifestazioni che avevano come obiettivo la richiesta di cibo e alimenti, in uno dei momenti più bui e tristi dallo scoppio della guerra.
Alle trentuno vittime, vanno aggiunte i nomi degli stabiesi che furono deportati da Castellammare, uccisi in comuni vicini, e quelli di partigiani e militari che morirono tra il 1943 e il 1945 in varie parti d'Italia, mentre combatterono per la Resistenza. Si tratta, soprattutto in quest'ultimo caso, di un elenco assolutamente parziale. A questa lista del dolore, vanno aggiunte le numerose vittime della deportazione di massa compiuta dai nazisti ai danni dei giovani stabiesi nati tra il 1910 e il 1925, almeno duemila costretti ai campi di lavoro in Austria e Germania. Di questa tragica razzìa umana esiste nel nostro Ufficio Leva una cospicua traccia documentaria, costituita dalle schede personali di 627 deportati, i quali, fatto ritorno in città, si rivolsero al Comune per ottenere benefici pensionistici dopo il periodo di prigionia. Ma torniamo ai tanti stabiesi uccisi dai nazifascisti. Si tratta di uno dei primi crimini, legittimati dallo Stato nazista, perpetrati dai soldati tedeschi contro militari e civili italiani. Crimini commessi in violazione del diritto bellico, a Castellammare come nel resto d'Italia nei lunghi mesi compresi tra l'8 settembre 1943 e il 2 maggio 1945, quando le truppe tedesche capitolano nel teatro di guerra italiano: i numeri di quella che un importante storico tedesco, Gerhard Schreiber, ha chiamato significativamente la "vendetta tedesca", parlano da soli: 6800 militari italiani uccisi per ordini che contravvenivano al diritto internazionale; 44.720 partigiani uccisi; 9180 civili (uomini, donne, bambini, anziani) morti nel corso delle rappresaglie, compiute indifferentemente sia dalla Wehrmacht (l'esercito regolare) sia dalle Waffen SS. Il feldmaresciallo Kesserling, comandante supremo delle forze naziste nel Sud Italia, dichiarò di provare soltanto odio nei confronti degli italiani dopo l'8 settembre, e che verso i traditori non vi poteva essere alcuna indulgenza.
Tutto il popolo italiano, così, si ritrovò traditore da un giorno all'altro. Le direttive del governo nazionalsocialista chiariscono bene quale drammatica situazione si trovarono ad affrontare gli italiani subito dopo l'8 settembre. La prima è del 10 settembre e dice: "Laddove truppe italiane o altri gruppi armati oppongano ancora resistenza, verrà loro dato un ultimatum a breve termine in cui dovrà essere chiaro che i comandanti italiani responsabili della resistenza saranno fucilati come irregolari se entro la scadenza stabilita non ordineranno alle proprie truppe di consegnare le armi". Praticamente agli italiani veniva proibito di difendersi. Il 12 settembre il feldmaresciallo Keitel firma un'altra direttiva: "Per ordine del Führer, dopo la cattura di reparti italiani che hanno consegnato le proprie armi nelle mani dei ribelli o hanno fatto causa comune con essi si procederà come segue: gli ufficiali saranno fucilati secondo la legge marziale, i sottoufficiali e i militari di truppa dovranno essere trasferiti ad est (.) per essere impiegati come lavoratori a disposizione dello Stato maggiore dell'Esercito". Gli stabiesi capiscono che la presenza dei tedeschi in città è ormai un pericolo. Dal 9 settembre era stata organizzata una strenua resistenza al Cantiere navale, culminata l'11 settembre con la fucilazione di Baffigo e degli altri. Sempre l'11 settembre si verificano veri e propri episodi di resistenza urbana, prodromi di quello che a Napoli poi, un paio di settimane dopo, sfocerà nelle Quattro Giornate.
Ci sono episodi, gesti, azioni, atti di piccoli e grandi eroismi, ribellioni, o semplicemente gesti compiuti per fame. Ma spesso c'è chi morì semplicemente perché si trovava in un posto nel momento sbagliato, trasformando una casualità in una grande tragedia. Le truppe tedesche erano presenti in città: un loro stazionamento era in corso De Gasperi, alle spalle delle palazzine che guardano verso il mare e che oggi vengono indicate come "il palazzo dei tedeschi". Con l'8 settembre la situazione precipitò. Le truppe germaniche rivolsero la loro attenzione contro la popolazione italiana e contro i soldati "traditori".
Una delle più tristi pagine della storia cittadina si aprì in quel settembre di 60 anni fa, una pagina talmente triste che è come se fosse stata cancellata deliberatamente, rimossa dalla memoria collettiva. Eppure, in quelle tragiche giornate, i quei venti giorni, Castellammare soffrì e resistette, visse momenti di eroismo e atroci violenze, che ora la Medaglia d'Oro al Merito civile riconosce e addita alle giovani generazioni come monito perché non si ripetano mai più l'odio e la guerra (testo a cura di Giuseppe D'Angelo e Antonio Ferrara)

LE VITTIME DELLE STRAGI NAZISTE A CASTELLAMMARE SETTEMBRE 1943.

Civili Aprea Gaetano, anni 31 Arpaia Carmela, anni 48 Autiero Luciano Circiello Agostino, anni 18 Contaldo Santolo, anni 43 Curcio Vincenzo, anni 34 D'Amora Gerardo De Maria Oscar, anni 18 De Simone Vincenzo, anni 24 Di Somma Luigi, anni 35 Foresta Anna, anni 22 Franchino Francesco, anni 22 Franco Giovanni B., anni 53Giannullo Antonio lerace Anna, anni 21 lovine Giuseppe, anni 55 Longobardi Pietro, anni 25 Lupacchini Raffaele, anni 29 Manzella Michele, anni 46 Palatucci Umberto, anni 8 persona non identificata A persona non identificata B Renzo Giuseppe, anni 59 Santaniello Luigi, anni 21 Satumino Agostino Spinetti Dario, anni 38.

Militari Baffigo Domenico, capitano di corvetta Di Maio Alberto, carabiniere, anni 25 Molino Ugolino, tenente Olivieri Giuseppe, colonnello Ripamonti Mario, capitano