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La Villa di Arianna

La villa fu scavata fra il 1757 ed il 1762. Edificata sulle pendici della collina di Varano, copre un’ area di circa 11.000 metri quadrati. Il nome risale al rinvenimento di un dipinto con “Arianna abbandonata a Nasso”, ma viene anche denominata Villa di Varano, dalla collina su cui è edificata.

Il nucleo più antico risale alla metà del I secolo a.C. e comprende l’atrio, il peristilio e gli ambienti adiacenti. L’antichità dell’impianto è testimoniata dalle due stanzette poste all’esterno, ai lati dell’ingresso all’atrio, che conservano decorazioni nel cosiddetto “II stile pompeiano” imitanti architetture. Tale nucleo fu ampliato nel secolo successivo con sale da banchetto con vista sul mare ed una enorme palestra (m 104 x 81), oggi interrata, con oltre cento colonne. Il circuito della palestra misurava esattamente due stadi, la misura prescritta dall’architetto romano Vitruvio per i portici di tali tipi di edifici.

La parte della villa prospiciente il ciglio della collina era sostenuta da una terrazza decorata con archi ciechi e pinnacoli. In uno degli archi si è rinvenuto un disegno di una nave eseguito a carboncino.

I dipinti del grande triclinio mostravano storie care a Venere, dea dell’ amore: “Arianna” (che ha dato il nome alla villa), che dopo essere stata abbandonata da Teseo sull’ isola di Nasso fra le braccia del sonno (“Hypnos”) viene scorta da Dioniso accompagnato da un amorino che reca una fiaccola; “Licurgo e Ambrosia”; “Ippolito” al quale la nutrice svela l’amore nutrito per lui dalla matrigna Fedra.e, nell’anticamera, “Ganimede”, rapito dall’aquila e portato dinanzi al trono di Giove.

Un piccolo ambiente nei pressi del triclinio è decorato con un originale rivestimento “a piastrelle” dipinte con figure femminili, eroti ed uccelli.
 
Dal soffitto di un piccolo ambiente panoramico disposto presso l’atrio proviene un “ritratto di coppia” in un rombo, dove i personaggi sono caratterizzati da capigliature alla moda tipiche dell’ epoca giulio-claudia.

Fra i rinvenimenti si segnalano un bollitoio di bronzo a forma di torre ed un anello d’oro con un granato sul quale è inciso un Apollo, entrambi oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nella stalla, nel 1981, si sono rinvenuti i resti di due carretti agricoli.
 
Fra i dipinti si segnalano invece la famosa “Flora” che si accompagnava ad altri tre quadri con “Leda ed il cigno”, “Medea” e “Diana cacciatrice”; inoltre figure di sacerdoti isiaci ed il famoso quadro con “Venere venditrice di amorini”. Questo ultimo quadro fu tanto famoso nel XVIII secolo che l’abate Galiani nel 1767 scriveva da Parigi al ministro Tanucci: “Quella pittura d’una donna che vende amoretti come polli, io l’ho vista ricopiata qui (a Parigi) in più di dieci case”